Il 21 luglio 2026, la Regione Toscana ha approvato una legge sull’intelligenza artificiale, diventando la prima regione italiana a farlo. L’obiettivo dichiarato è quello di creare un quadro normativo chiaro e strutturato per l’adozione dell’IA, promuovendo un uso etico e responsabile delle tecnologie a beneficio dei cittadini e del territorio.
Tuttavia, la questione dell’intelligenza artificiale ha una rilevanza che supera i confini nazionali. Infatti, l’Unione Europea ha già introdotto, due anni fa, l’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), il primo quadro giuridico organico sui rischi e sugli usi dell’IA, che stabilisce divieti e obblighi graduati in base al livello di rischio. Questo regolamento si basa sul principio di protezione della collettività: più alto è il rischio per i diritti fondamentali e la sicurezza, più severi sono gli obblighi.
Il regolamento europeo include un elenco di pratiche di IA considerate a rischio ‘inaccettabile’, come la manipolazione comportamentale e la sorveglianza biometrica di massa. Inoltre, definisce categorie di uso dell’IA ad alto rischio in settori come occupazione, istruzione e sicurezza dei prodotti, introducendo sanzioni amministrative significative.
Rischi di sovrapposizione normativa
Il fatto che l’AI Act sia direttamente applicabile negli Stati membri senza necessità di recepimento ha portato l’UE a esprimere preoccupazioni nei confronti dell’Italia, che nel 2025 ha approvato la L. 132 per coordinarsi con l’AI Act. In questo contesto, l’introduzione di una legge regionale potrebbe sovrapporsi a normative sovranazionali e statali, creando confusione e incertezze giuridiche.
Se tutte le regioni decidessero di seguire l’esempio toscano, si rischierebbe di generare una giungla normativa, compromettendo la sicurezza e l’efficacia delle regole in materia di intelligenza artificiale. La legge toscana, pur puntando su un approccio umanocentrico, non sembra apportare novità significative rispetto a quanto già stabilito dall’AI Act.
Inoltre, la legge appare priva di concretezza, non prevedendo nuove risorse e non affrontando in modo adeguato le questioni di governance e valutazione d’impatto. L’unico elemento innovativo sembra essere la creazione di un Osservatorio regionale per la governance locale, che potrebbe risultare utile dal punto di vista tecnico, ma che rischia di servire più a fini di consenso politico che a reali esigenze operative.